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LA SERATA GIUSTA ALLO SBAGLIATO

di Federico Ledda, foto Comunicarlo

LA SERATA GIUSTA

ALLO SBAGLIATO

di Federico Ledda, foto Comunicarlo

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Entrare ad Allo Sbagliato, il locale firmato Marco Mengoni, è un po’ come ritrovarsi catapultati dentro una cartolina funky di fine anni Settanta, una dimensione parallela in cui a dettare le regole è una sola, indiscussa protagonista: la musica. Senza fronzoli, senza sovrastrutture, senza troppi compromessi, solo una band incredibile e un parterre di coristi che, probabilmente, persino George Michael avrebbe guardato con una certa invidia. L’atmosfera è quella: soul, funk, groove e una certa idea di musica profondamente autentica. Un immaginario che sembra strizzare l’occhio proprio a quel mondo alla George Michael, fatto di contaminazioni, grandi voci e un’energia viscerale.

La scaletta, come promesso, è tutt’altro che prevedibile. Si passa dai brani meno conosciuti del repertorio di Mengoni a qualche incursione più familiare, fino ad arrivare a classici come Son of a Preacher Man o Who’s Gonna Save My Soul dei Gnarls Barkley. Nessuna rigidità, nessuna sequenza da rispettare: soltanto il piacere di lasciarsi trasportare da quello che succede, pezzo dopo pezzo. Mengoni alterna un meraviglioso microfono a filo a uno wireless, che gli permette di abbandonare il suo spazio e attraversare la sala, coinvolgendo davvero tutti: dalla platea seduta a quella in piedi, fino alla tanto chiacchierata platea-palco. È lui, naturalmente, la star indiscussa dello show: istrionico, spontaneo, divertente e perfettamente a suo agio in questa dimensione più raccolta e libera… Ma non è l’unico a brillare. C’è un momento, in particolare, in cui il palco cambia completamente proprietario. Quando Marco lascia il suo spazio alla corista Yvonne Park, invitandola a reinterpretare magistralmente Fate di Chaka Khan, succede qualcosa. Yvonne si prende la scena, la voce riempie la sala e, per qualche minuto, sembra davvero di essere finiti dentro lo Studio 54. È lì che Allo Sbagliato smette definitivamente di essere sbagliato e diventa tutto giusto.

Anche la scenografia segue questa filosofia: niente apparati monumentali o costruzioni spettacolari, ma una distesa di tappeti persiani, strumenti, musicisti e artisti a tutto tondo. Un’estetica volutamente essenziale, quasi domestica, che lascia alla musica il compito di riempire lo spazio. Il risultato è un’esperienza decisamente inedita, almeno per il panorama italiano, che ci auguriamo possa rappresentare un meraviglioso precedente per una nuova idea di live. Perché più che concerti, quelli di Allo Sbagliato sono veri e propri happening: spontanei, imprevedibili e soprattutto spensierati.

 

Allo Sbagliato è un bar, è un concerto, è un posto, è un concetto. È qualcosa che non dovresti perdere. Alla fine, non sentirai nemmeno la mancanza del telefono, custodito per tutta la durata dello spettacolo all’interno di quelle che Mengoni stesso ha ribattezzato «pattine». Per una volta, non avere niente da fotografare è forse il modo migliore per ricordarsi tutto.