SARA
LAZZARO
di Federico Ledda
pictures Alessandro Levati
fashion Valentina Serra
press office by Giuseppe Corallo
SARA
LAZZARO
di Federico Ledda
pictures Alessandro Levati
fashion Valentina Serra
press office Giuseppe Corallo

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In un panorama televisivo e cinematografico in continua trasformazione, Sara Lazzaro si è costruita un percorso riconoscibile proprio per la sua capacità di attraversare mondi molto diversi: dal cinema d’autore alle serie italiane più popolari, passando per il teatro e i progetti più sperimentali. Attrice italo-americana, cresciuta tra il Veneto e la California, si forma tra Venezia e Londra prima di arrivare a una carriera che la vede muoversi con naturalezza tra Italia, Regno Unito e Stati Uniti. Dopo gli esordi sul grande schermo e una formazione profondamente legata alle arti visive, arriva al grande pubblico con titoli come Doc – Nelle tue mani, Lidia Poët e Call My Agent – Italia, dove alterna rigore e leggerezza, controllo e improvvisazione.
Il suo lavoro racconta un’idea precisa di recitazione: non come identità fissa, ma come trasformazione continua. Una ricerca che passa attraverso personaggi molto diversi tra loro, ma sempre attraversati da una tensione comune verso complessità e verità.
In questa conversazione, Sara Lazzaro riflette sul futuro del cinema italiano, sulle nuove scritture e sui confini sempre più sottili tra generi, tra schermo e palco, tra industria e libertà creativa.

Come vedi il futuro del cinema italiano in questo momento? A che punto siamo?
Credo sia un momento di crisi profonda, sia produttiva che creativa. Ma ogni crisi obbliga a rimettere tutto in discussione e può diventare un’occasione per ripensare il modo in cui si fa cinema. Le storie ci sono, così come le persone che hanno qualcosa da raccontare. Forse bisogna tornare all’essenza del mestiere e chiedersi davvero cosa vogliamo dire del nostro tempo. Da lì può nascere una nuova identità.
Sei un’attrice molto attenta nella scelta dei progetti. Chi stai seguendo oggi con più interesse tra attori e registi fuori dal mainstream?
Ci sono molte persone valide, anche poco conosciute. Stimo molto Valentina Bellè, per il rigore con cui costruisce il suo percorso e per la capacità di dire anche dei no importanti. Poi Fausto Cabra, che per me è un artista a tutti gli effetti: una persona che si mette continuamente in discussione, che lavora sui testi contemporanei e classici con una ricerca costante. Mi interessa molto anche chi porta avanti un’urgenza personale nel raccontare, come alcuni giovani registi tra cui Francesco Sossai. Sono autori che non si piegano alle logiche del mercato, ma restano fedeli a una necessità espressiva forte. È questo che li rende interessanti.

Che tipo di cinema ti piace vedere oggi e cosa cerchi in una storia?
Mi interessano i film che nascono da una scrittura forte e da un lavoro profondo sugli attori, spesso piccoli progetti indipendenti, mi piacciono le storie che osano, anche nella loro semplicità. Con la mia agente parlavamo proprio del desiderio di fare un film che unisca commedia e dramma, due registri che spesso vengono separati ma che invece possono convivere. Mi affascinano anche quei film che magari durano poco in sala ma hanno una loro identità molto precisa, come certe produzioni A24. Sono lavori che rischiano e che per questo restano.
Tra poco ti vedremo in Belve Feroci. Che esperienza è stata?
È stato uno dei lavori più stimolanti dell’ultimo periodo. Come altri progetti più sperimentali, anche questo nasce da un’idea di gioco e ricerca. È un film ambizioso in senso positivo, un esperimento creativo vero e proprio. Ho trovato un gruppo di lavoro molto unito e un cast interessante, con Ricky Memphis, Fabrizio Colica, Paola Minaccioni e altri. Non ho ancora visto il risultato finale, quindi sono curiosa quanto il pubblico. Ma è proprio il tipo di progetto che scelgo quando sento che c’è voglia di sperimentare.

Uno dei ruoli più amati dal pubblico è Teresa in Lidia Poët. Com’è lavorare in costume?
È un’esperienza che amo molto, arrivando dal teatro, mi sento a casa in questo tipo di ambientazioni. Lavorare in costume significa essere immersi completamente in un’altra epoca: scenografie, costumi, trucco, tutto contribuisce a creare un mondo credibile in cui entri totalmente. È un lavoro che stimola tantissimo l’immaginazione, e per un attore è fondamentale. Mi fa tornare un po’ bambina, perché è proprio un gioco continuo. Teresa è un personaggio a cui sono molto legata e credo che chiudere la serie con la terza stagione sia stata una scelta giusta e molto elegante.
Eri già fan di Call My Agent prima di entrarci?
Sì, ero una super fan della serie francese, soprattutto del personaggio interpretato da Laure Calamy, quando ho saputo del remake ero anche un po’ intimorita, perché l’originale era molto forte. In più io guardo quasi sempre tutto in lingua originale, perché mi interessa il lavoro dell’attore nella sua voce e nel suo respiro. Ho cercato quindi di non imitare nulla, ma di costruire una mia identità per il personaggio. Credo che la versione italiana abbia trovato una sua strada autonoma, pur partendo da un’idea già molto forte.
Quanto spazio c’è per l’improvvisazione sul set?
C’è libertà, ma dentro una struttura molto precisa. Tutto viene preparato in modo dettagliato: sceneggiatura, dinamiche, ospiti, ritmo delle scene. Poi sul set si lavora per trovare naturalezza e verità. Molti di noi arrivano dal teatro, e questo aiuta a muoversi dentro le scene con più libertà.
Che rapporto hai con il cinema e con le storie che scegli di interpretare?
Cerco sempre storie che abbiano una voce precisa. Mi interessa quando un progetto non si limita a seguire una formula, ma prova a dire qualcosa di personale. È quello che cerco anche nei ruoli: qualcosa che mi porti fuori dagli stereotipi e che apra nuove possibilità.

Chiudiamo come sempre: tre brani che stai ascoltando in questo periodo.
“Free Fall” dei Rainbow Kitten Surprise, scoperti quando vivevo a New York. “Everything In Its Right Place” dei Radiohead, una band che ha segnato profondamente la mia generazione e concludo con “Firestarter” dei The Prodigy, che sto riscoprendo in questo periodo.


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