DUE SORSI CON

SIMONE CAPORALE

di Federico Ledda

DUE SORSI CON

SIMONE CAPORALE

di Federico Ledda

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Originario di Como, Simone Caporale è oggi una delle figure più influenti della mixology contemporanea, capace di trasformare il bere miscelato in un’esperienza che unisce tecnica, emozione e intrattenimento. Il suo percorso professionale lo ha portato a ridefinire il ruolo del bartender, costruendo una visione che mette al centro l’ospite e il piacere autentico del drink, lontano da ogni formalismo eccessivo. Con Sips, il progetto fondato a Barcellona, Caporale ha dato vita a uno spazio che rompe gli schemi tradizionali del cocktail bar, trasformandolo in un luogo dinamico, divertente e sorprendente. Qui la mixology diventa un racconto in continua evoluzione, dove ogni drink è pensato per mantenere vivo lo stupore e alimentare un amore sincero per il bere, attraverso un equilibrio raffinato tra innovazione, leggerezza e accessibilità. Un approccio che ha portato Sips a essere eletto terzo miglior bar al mondo nella classifica The World’s 50 Best Bars 2025, confermandolo come uno degli indirizzi più influenti della scena internazionale. La sua filosofia nasce da una profonda conoscenza delle basi e da una curiosità costante verso nuove possibilità espressive, con l’obiettivo di creare connessioni reali tra chi prepara e chi assapora un cocktail.

Il tuo approccio alla mixology è stato spesso descritto come sperimentale ma anche profondamente emotivo. Come definiresti oggi la tua filosofia distintiva?

La mia filosofia è in realtà molto semplice e si basa sulla creazione di una connessione tra ciò che provi e ciò che fai, una connessione che deve diventare evidente per l’ospite durante il servizio. Sperimentare ed essere tecnici è divertente, ma non è l’elemento più importante del mio approccio, non voglio servire nulla che sia eccessivamente complicato.

Qual è il più grande fraintendimento che esiste ancora oggi sulla mixology moderna e sul ruolo del bartender?

Il fraintendimento più diffuso riguarda la percezione del nostro lavoro. Molti pensano che sia una professione per giovani o studenti che vogliono guadagnare qualcosa in più. Questo deriva dall’idea errata che fare il bartender non sia un mestiere serio, perché spesso non si vede quanto possa essere complesso e impegnativo. C’è sicuramente più rispetto nei confronti dei sommelier e credo che noi bartender dovremmo imparare a comunicare e valorizzare il nostro ruolo in modo simile.

Hai lavorato in alcuni dei bar più influenti al mondo. Quale esperienza ti ha formato di più e perché?

Non c’è stata un’esperienza singola che mi ha formato più delle altre. In ogni luogo in cui ho lavorato ho cercato di mantenere lo stesso approccio: essere sempre presente nello spazio del bar e comprendere a fondo come funziona ogni cosa. Voglio avere una visione completa, conoscere ogni dettaglio: dal funzionamento della macchina del ghiaccio al numero di ospiti attesi durante la serata.

Quando inizi a progettare un nuovo drink, cosa arriva prima: la storia, il sapore o la tecnica?

Indipendentemente dal punto di partenza, mi concentro sempre sull’obiettivo finale, che è il gusto. Non importa quanto sia scenografico un cocktail o quale tecnica venga utilizzata: gli ospiti ricordano il sapore, quindi quello resta sempre il mio focus principale.

Come riesci a bilanciare innovazione e accessibilità, assicurandoti che le tue creazioni restino sorprendenti ma anche piacevoli da bere?

Innovazione non significa necessariamente qualcosa di difficile da comprendere o da approcciare. Le cose semplici sono spesso il risultato di un grande processo innovativo: basti pensare alla Coca-Cola. Innovazione e accessibilità non sono in contrasto tra loro, anzi. L’innovazione apre nuove strade e crea opportunità semplificando i processi. Finché un drink è buono, l’esperienza sarà positiva: questa è sempre la mia priorità. Ricordo anche un commento ricevuto da un ospite al Sips, che mi disse che eravamo riusciti a rendere semplice e leggero qualcosa che apparentemente sembrava molto complesso.

Qual è il tuo drink preferito?

Sono molto goloso quando si tratta di piacere, quindi li amo tutti. Se dovessi scegliere, direi un Daiquiri, un Manhattan o anche un Gin Tonic eseguito alla perfezione, ne esistono troppi di straordinari per poterne scegliere solo uno!

Quale ingrediente o tecnica ti sta ispirando maggiormente in questo momento e come la stai integrando nel tuo lavoro?

Dal punto di vista del gusto, gli agrumi sono sempre stati una grande fonte di ispirazione per me. Sul piano tecnico, mi interessa lavorare sull’inserimento graduale di nuovi aromi all’interno di un drink per osservare come ne cambia il profilo gustativo. Bisogna poi valutare se il cocktail mantiene lo stesso equilibrio quando lo si sviluppa in laboratorio rispetto a quando viene servito in un bar affollato, magari mentre si chiacchiera con gli amici.

Se dovessi dare un solo consiglio a un giovane bartender che sogna di innovare come hai fatto tu, quale sarebbe?

Direi di studiare e padroneggiare le basi, che in realtà sono molto più complesse di quanto si pensi. Solo dopo averle davvero assimilate si può iniziare a innovare. Non bisogna avere fretta: a me è servito un decennio per diventare il bartender che le persone conoscono oggi.



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